Padroni? Proprietari? Oppure…?

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Leggendo alcuni articoli di un veterinario omeopata di grande “spessore” professionale e morale e riprendendo alcuni discorsi fatti con dei colleghi tempo fa, ho provato a pensare quanto difficile è definire il rapporto con i nostri animali; ed ecco che nascono queste riflessioni…

 

Non è sempre facile definire sè stessi in relazione all’animale che vive con noi.

Non è facile trovare una definizione adeguata. Definire il rapporto comporta, volenti o nolenti, un’elaborazione interiore; nel senso che, occorre porsi la domanda se: una parola come “padrone” o “proprietario” sia in grado di descrivere adeguatamente il rapporto col nostro animale.

 Prima di scegliere un termine sufficientemente “giusto”, dobbiamo porci ancora una domanda: come percepiamo l’animale che vive con noi? ovvero quali pensieri nascono nella nostra mente nel momento in cui i nostri occhi incontrano i suoi?

 

Con il  termine padrone si intende comunemente una persona che assume una  posizione privilegiata e, a tale atteggiamento,  deve fare necessariamente  riscontro una certa sottomissione e obbedienza.
Una separazione, una differenza di piani; definendoci “padrone”, ribadiamo costantemente questa differenza.

Non possiamo certo pensare che tale differenza non esista; non sarebbe logico pensare che noi e l’animale siamo uguali. Il fatto, però di ribadirlo costantemente, dà l’impressione di voler calcare volontariamente troppo la mano su questo concetto.

Noi e l’animale siamo differenti, è vero; ma nonostante la nostra differenza non è necessario ribadire tale concetto ogni volta che ci presentiamo agli estranei; come se dovessimo sempre collocarci in quella posizione; come se dovessimo ribadire costantemente la superiorità nei suoi confronti. Se qui c’è qualcuno che comanda, quello sono io (il padrone) e l’animale deve solo obbedire.

Non credo che vogliamo che ci percepisca come un padrone; non vogliamo chiedere questo al nostro animale, cane, gatto o cavallo che sia!

 

Anche il termine proprietario non funziona; essere qualcuno al quale qualcosa appartiene per diritto di proprietà.

Tutti noi abbiamo bene in mente come spesso, se non sempre, è l’animale a scegliere il suo umano; …piano piano si avvicinano all’uomo, vincendo anche ataviche paure, entra nelle nostre vite e nelle nostre case e decide di accomodarsi visibilmente compiaciuto sul divano o vicino alla stufa, o chi sa dove!

Chi sceglie chi? Chi appartiene a chi?

Forse vedere l’animale come una proprietà, come qualcosa che dà diritto di godere e disporre in modo pieno ed esclusivo, appartiene di più al vecchio modo di percepire gli esseri viventi non umani. A quel mondo tipico delle nozioni scientifiche, che trova giustificabile l’uso degli animali per esempio nella sperimentazione dei farmaci.

 

Se posso disporre dell’animale a mio piacimento, se lo considero come una mia proprietà, perché non pensare che possa essere corretto utilizzarlo per soddisfare tutti i miei bisogni?

Il concetto di proprietà è sempre troppo stretto; troppo legato ad un bene materiale, che giustifica un atteggiamento di possesso: tu sei mio e faccio di te quello che voglio.

Sia come padrone che come proprietario, si crea tra noi e il nostro animale con cui condividiamo la vita, gli spazi e le emozioni, una distanza enorme. Un solco incolmabile che impedisce di percepire la vera essenza di ogni animale, che nega la possibilità che anche lui, stando al nostro fianco, e dedicando alla nostra persona ogni momento della  sua vita, sia portatore di quella “scintilla divina” presente in ogni manifestazione della Natura.

Padrone o proprietario che sia, l’uomo crea di fatto delle barrire tra lui e il mondo animale; barriere che  non esistono, dal momento che l’animale che vive a stretto contatto con l’umano, fonde la sua esperienza emozionale con la persona alla quale dedica la sua vita.

Queste barriere sono crollate quando milioni di animali sono entrati a far parte delle quotidiane abitudini di moltissime famiglie, le distanze che si sono assottigliate sempre più nei limitati spazi degli appartamenti cittadini.

Forse vedere i nostri animali (in particolare quelli definiti da compagnia) come compagni di viaggio o come co-piloti nel viaggio della nostra vita, è sicuramente più corretto e interessante.

Considerarli come esseri in grado di dare e ricevere sostegno, come qualcuno che coopera con noi in nome di interessi ed aspirazioni comuni.

E anche noi dobbiamo considerarci per loro dei compagni di viaggio; anche noi cooperiamo con loro in nome di interessi e aspirazioni comuni, perché ogni decisione che prendiamo nella vita, li riguarda.

Co-piloti in un viaggio: la nostra vita. Un lungo viaggio dentro e fuori di noi.  Una tappa di questo viaggio, che per loro spesso rappresenta una vita, abbiamo deciso di condividerlo.

 Se consideriamo i nostri animali dei compagni di viaggio, non solo una comparsa, dobbiamo cercare di sviluppare interiormente un tipo di  percezione che comprenda anche loro.

Non solo noi, dunque; ma noi con l’animale che vive con noi; loro sono diventati una parte di noi dal momento in cui sono entrati a far parte della nostra vita e del nostro vissuto emozionale.

Compagni di viaggio, dunque?...